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Vasco il comunicatore

Vasco il comunicatore

L’11 maggio 2005 Vasco Rossi ha ricevuto una laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione dalla Università Iulm di Milano.

L’opinione pubblica si divise tra i conservatori basiti e i progressisti entusiasti.

L’errore è sempre lo stesso, non distinguere l’artista dall’uomo, non distinguere il messaggio dal messaggero, non distinguere il messaggero dai destinatari.

L’artista non ha niente di umano. E’ energia primordiale racchiusa nella prigione di un corpo che viene devastato dalle vampate di ciò che noi chiamiamo creatività.

La carne non regge. La ragione si esaurisce al dolore dei lutti dell’anima. Lo vedi, nel caso di Vasco, da come stringe le mani sul microfono quasi posandoci il capo, come a dire “adesso mi faccio forza e ve lo dico, che cazzo m’importa ormai”. Lo vedi da quegli occhi chiari da cui traspare la penombra del non ritorno che si porta nello sguardo. Lo senti da quella voce che ti graffia il passato costringendoti a un rosso di palpebre. Testi non eccessivamente elaborati si potrebbe pensare a primo ascolto. La seconda volta che ci poggi l’orecchio sopra capisci che quelle parole sono state scritte con inchiostro misto sangue.

Questa è l’arte del comunicare. Coinvolgere nel tempo una massa non catalogabile secondo i parametri commerciali di oggi, ovvero: sesso, età, professione, città, ma secondo il parametro dell’emotività pura, quella che vince la ragione e la precarietà della “moda del momento”.

 Vasco Rossi è un esempio di brand che da trent’anni non perde un colpo.  Lode a Vasco!

Agostino Acri

Ecco un esempio.

 Immagine anteprima YouTube

Nell’era del web 2.0

Nell'era del web 2.0Nel dicembre 2006 il Time sceglieva di riservare l’ambita copertina di Person of the Year 2006 a un generico You. Quel pronome personale è divenuto simbolo di tutte le persone che, all’interno della società dell’Informazione, hanno rivoluzionato il modo di concepire e utilizzare Internet. Le dinamiche relative al Social Computing, più comunemente racchiuse sotto l’etichetta di Web 2.0, hanno decretato l’affermazione di un nuovo paradigma comunicativo caratterizzato dalla collaborazione e dalla condivisione orizzontale di informazioni e di conoscenza.

Il passaggio dalla fase precedente di Internet al suo possibile upgrade risiede principalmente nell’evoluzione di una serie di siti statici in un’innovativa dimensione collaborativa incentrata sull’utilizzo del web come piattaforma. L’era del Web 2.0 sembra dunque reggersi sul presupposto fondamentale secondo cui sono gli utilizzatori ad aggiungere valore ai servizi che il web propone. Grazie all’architettura partecipativa messa a disposizione da questa nuova generazione di applicazioni, gli utenti assumono il ruolo di co-sviluppatori facendo proprie le dinamiche dell’open source e del “beta perpetuo” (ovvero degli aggiornamenti continui dei software cosicché non esistano più distinzioni tra la versione di test e quella di produzione).

Sono gli utenti, dunque, a indirizzare lo sviluppo tecnologico secondo quelli che sono i propri desideri e le proprie esigenze. Ciò equivale a una fase matura di prosuming (producing + consuming) che permette ad ogni singolo utente di “evolversi” e trasformare, simultaneamente, il contesto in cui egli agisce, elevandosi a produttore tanto della tecnologia quanto dei contenuti che la tecnologia veicola al suo interno.

Televisione, stampa, pubblicità, cinema, radio e industria musicale si trovano ora a fare i conti con la definitiva legittimazione su scala di massa degli User Generated Content (UGC), i contenuti prodotti in maniera autonoma e creativa dagli utenti che hanno rapidamente affiancato o addirittura stravolto le tradizionali dinamiche dell’industria culturale e della distribuzione editoriale. Tale principio è a scrivibile alla progressiva proliferazione dei “Social Media” come inedite piattaforme comunicative in grado di indirizzare e favorire il passaggio dal broadcasting alle forme di comunicazione partecipative e orizzontali che la Rete propone. Una fase, pertanto, in cui si è passati dal semplice prelevamento di informazioni a nuove forme di partecipazione – “Social Networking” e “Wikinomics” – che prevedono la produzione dal basso di prodotti realizzati e distribuiti socialmente. All’interno di questo mutato scenario mediale, è la “rete” che si crea tra elementi dislocati e de localizzati a fornire il presupposto ideale per l’implementazione continua e collaborativa dei processi creativi.

Quello che segue può essere considerato un Decalogo del Web 2.0:

1. Il Web è una piattaforma. Dai software installati sul pc degli utenti si arriva ai software-servizi accessibili online. Dati e software che li analizzano sono tutti online, non più scorporati.

2. Il Web è funzionalità. Si compie la transizione dei siti web da silos di informazioni a fonti di contenuto e servizi.

3. Il Web è semplice. Si facilita l’accesso e l’utilizzo dei servizi web anche da parte degli “earlyadopter” utilizzando interfacce utente leggere e basate, per esempio, su AJAX ma ricche,interattive e facili da usare (user friendly).

4. Il Web è leggero. I modelli di sviluppo, i processi e i modelli di business diventano leggeri. Laleggerezza è connotata dalla condivisione di contenuti e servizi e abilitata dall’implementazione dielementi modulari intuitivi e di facile utilizzo.

5. Il Web è sociale. Le persone fanno il Web, “popolano il Web”, socializzando e spostando via viamaggiori componenti dalla vita fisica a quella online.

6. Il Web è flusso. Viene data fiducia agli utenti come co-sviluppatori e si accetta di vivere unacondizione di “beta perpetuo”, che sancisce la morte del ciclo di adozione del software.

7. Il Web è flessibile. Il software si colloca a un livello superiore rispetto al singolo dispositivo(device) per fare leva sul potere della Long Tail attraverso il customer self-service e sulla gestionedi dati algoritmici per raggiungere l’intero Web: le periferie e non solo il centro, la coda lunga enon solo la testa.

8. Il Web è mixabile. La diffusione di codici per modificare le applicazioni web (come fa, per esempio, Google con il suo Google Maps) permette a tanti smaliziati individui, non necessariamente professionisti dell’informatica, di mixare un’applicazione con un’altra per ottenerne una terza. È questa la potenza del Web 2.0, una catena senza fine di incroci (in gergo,mashup).

Tratto da Di Bari, V., a cura di, 2007, Web 2.0. I consigli dei principali esperti italiani e internazionali per affrontare lenuove sfide, Il Sole 24 ORE, Milano.